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	<title>Indiescutibile.IT</title>
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	<description>libere considerazioni sul mondo della musica</description>
	<lastBuildDate>Fri, 18 May 2012 15:41:16 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Recensione: BADBADNOTGOOD &#8211; BBNG2</title>
		<link>http://www.indiescutibile.it/2012/05/recensione-badbadnotgood-bbng2/</link>
		<comments>http://www.indiescutibile.it/2012/05/recensione-badbadnotgood-bbng2/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 18 May 2012 15:08:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Fossati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>
		<category><![CDATA[BADBADNOTGOOD]]></category>
		<category><![CDATA[BBNG2]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" title="BBNG&#34;" src="http://f0.bcbits.com/z/36/96/3696265495-1.jpg" alt="" width="130" height="130" /><strong>Artista: </strong> BADBADNOTGOOD<br />
<strong>Titolo: </strong>BBNG2<br />
<strong>Anno: </strong>3 Aprile 2012<br />
<strong>Genere: </strong>Jazz Fusion, Instrumental Hip-Hop</p>
<p><strong>Lente d&#8217;ingra</strong><strong>ndimento:</strong> BADBADNOTGOOD è lo pseudonimo con il quale si sono fatti conoscere in tutto il mondo tre giovani(ssimi) ragazzi di Toronto: Matthew A. Tavares (chitarra e tastiera), Chester Hansen (basso), Alex Sowinski (batteria e sampler). Lo scorso anno uscirono con BBNG, mixtape con re-interpretazioni di brani poco &#8220;ortodossi&#8221; (la saga di Zelda serebbe stata ulteriormente più figa se avesse contenuto in se il loro rifacimento di Saria&#8217;s song), improntato principalmente su beats di stampo Hip-Hop &#8211; dalle ritmiche estreme e forsennate &#8211; che accarezzano l&#8217;ascoltatore con brezze Jazz, e con il singolo DOOM.</p>
<p>Nel caso di BBNG2, il trio espone al pubblico la maturazione artistica e compositiva ottenuta in poco meno di un&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" title="BBNG&quot;" src="http://f0.bcbits.com/z/36/96/3696265495-1.jpg" alt="" width="130" height="130" /><strong>Artista: </strong> BADBADNOTGOOD<br />
<strong>Titolo: </strong>BBNG2<br />
<strong>Anno: </strong>3 Aprile 2012<br />
<strong>Genere: </strong>Jazz Fusion, Instrumental Hip-Hop</p>
<p><strong>Lente d&#8217;ingra</strong><strong>ndimento:</strong> BADBADNOTGOOD è lo pseudonimo con il quale si sono fatti conoscere in tutto il mondo tre giovani(ssimi) ragazzi di Toronto: Matthew A. Tavares (chitarra e tastiera), Chester Hansen (basso), Alex Sowinski (batteria e sampler). Lo scorso anno uscirono con BBNG, mixtape con re-interpretazioni di brani poco &#8220;ortodossi&#8221; (la saga di Zelda serebbe stata ulteriormente più figa se avesse contenuto in se il loro rifacimento di Saria&#8217;s song), improntato principalmente su beats di stampo Hip-Hop &#8211; dalle ritmiche estreme e forsennate &#8211; che accarezzano l&#8217;ascoltatore con brezze Jazz, e con il singolo DOOM.</p>
<p>Nel caso di BBNG2, il trio espone al pubblico la maturazione artistica e compositiva ottenuta in poco meno di un anno solare, con sole 10 ore dedicate alle sessioni di registrazione.<br />
Il disco si apre con &#8216;Earl&#8217; (Earl Sweatshirt) che vede la collaborazione di Leland Whitty al sassofono: menata sui denti e bassline da capogiro; segue &#8216;Vices&#8217; ove regna incontrastata la batteria. Il terzo brano è il singolo dell&#8217;album, un incubo di sei minuti, &#8216;Rotten Decay&#8217; è fra le vette più alte dell&#8217;intero lavoro: precisione chirurgica in bianco e nero. &#8216;Limit To Your Love&#8217; è ripresa dall&#8217;ultima versione, quella del produttore inglese James Blake, il beat è pesante, grezzo, si sente il rumore della passione e, così come in &#8216;Bastard/Lemonade&#8217; (Tyler, The Creator/Gucci Mane), traspare quel senso di disordine maniacale che contraddistingue la band. CHSTR, UMW (con il solito Whitty al sax), DMZ e CMYK riempiono il cuore con cambi di ritmo alternati ad attimi di tregua, post-tempesta, messi lì per darci solamente il miraggio di una &#8211; utopistica &#8211; pace.<br />
Gli ultimi due pezzi sono quelli che ti fanno tremare: Flashing Lights (Kanye West) e You Made Me Realise (My Bloody Valentine). La prima cover è una esplosione di archi e linee stellate: i fuochi d&#8217;artificio che un bambino non vorrebbe mai smettere di guardare; la seconda si presenta come l&#8217;apoteosi del frastuono, il regalo più bello: la realizzazione.<br />
Il lavoro, originale, tecnico e di creatività, merita. Poco importa se il materiale trattato non è di primo pelo, anzi, non importa affatto.</p>
<p><strong>Brani migliori:</strong> Earl, Rotten Decay, Limit To Your Love, UWM, Flashing Lights, You Made Me Realise</p>
<p><strong>Voto:</strong> 8</p>
<p>Questo LP è scaricabile gratuitamente e legalmente dal loro sito : <a title="badbadnotgood.com" href="http://badbadnotgood.com/" target="_blank">http://badbadnotgood.com/</a></p>
<p><strong>Tracklist:</strong></p>
<ol>
<li>Earl (feat. Leland Whitty)</li>
<li>Vices</li>
<li>Rotten Decay</li>
<li>Limit to Your Love</li>
<li>Bastard / Lemonade</li>
<li>CHSTR</li>
<li>UWM (feat. Leland Whitty)</li>
<li>DMZ</li>
<li>CMYK</li>
<li>Flashing Lights</li>
<li>You Made Me Realise (feat. Luan Phung)</li>
</ol>
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		<item>
		<title>Recensione: The Kooks &#8211; Junk of The Heart</title>
		<link>http://www.indiescutibile.it/2011/10/recensione-the-kooks-junk-of-the-heart/</link>
		<comments>http://www.indiescutibile.it/2011/10/recensione-the-kooks-junk-of-the-heart/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 08 Oct 2011 08:01:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Bonini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
		<category><![CDATA[The Kooks]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/10/The-Kooks-Junk-of-The-Heart-200x200-150x150.jpg" alt="" title="The Kooks - Junk of The Heart" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1723" /><strong>Artista</strong>: The Kooks<br />
<strong>Titolo</strong>: Junk of the Heart<br />
<strong>Anno</strong>: 2011<br />
<strong>Genere</strong>: pop-rock</p>
<p><strong>Lente d&#8217;ingrandimento: </strong>Siamo nel 2011 e ne è passato di tempo da quel lontano 2006, quando la band britannica The Kooks, da Brighton, debuttò con Inside In/Inside Out, album che spopolò in UK e non solo, con oltre un milione di copie vendute in tutto il mondo. L’abbandono del bassista Max Rafferty per problemi di droga (sostituito inizialmente da Dan Logan, poi definitivamente da Pete Denton), un secondo album (Konk uscito nel 2008) che non ebbe il successo del primo (nonostante gli azzeccatissimi singoli Do you wanna?, Always where I need to be e Shine on) e la temporanea uscita di scena del batterista Paul Garred, sembravano segnare l’inizio della fine per una band che,&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/10/The-Kooks-Junk-of-The-Heart-200x200-150x150.jpg" alt="" title="The Kooks - Junk of The Heart" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1723" /><strong>Artista</strong>: The Kooks<br />
<strong>Titolo</strong>: Junk of the Heart<br />
<strong>Anno</strong>: 2011<br />
<strong>Genere</strong>: pop-rock</p>
<p><strong>Lente d&#8217;ingrandimento: </strong>Siamo nel 2011 e ne è passato di tempo da quel lontano 2006, quando la band britannica The Kooks, da Brighton, debuttò con Inside In/Inside Out, album che spopolò in UK e non solo, con oltre un milione di copie vendute in tutto il mondo. L’abbandono del bassista Max Rafferty per problemi di droga (sostituito inizialmente da Dan Logan, poi definitivamente da Pete Denton), un secondo album (Konk uscito nel 2008) che non ebbe il successo del primo (nonostante gli azzeccatissimi singoli Do you wanna?, Always where I need to be e Shine on) e la temporanea uscita di scena del batterista Paul Garred, sembravano segnare l’inizio della fine per una band che, per molti, era semplicemente l’ennesima meteora data in pasto a teenager senza troppe pretese.<br />
Invece, Luke Pritchard e soci si rinchiudono al The Sound Factory di Los Angeles e al Sarm Studios di Londra con il solito Tony Hoffer (Beck, Air, Belle &#038; Sebastian) alla produzione e danno vita alla loro terza fatica, Junk of the Heart in uscita nei negozi in questi giorni.<br />
Junk of the Heart, presenta 12 tracce ed inizia con il singolo attualmente in rotazione “Junk of the Heart (Happy)”, in cui si nota subito la grande maturità del gruppo e l’aggiunta di tastiere rispetto ai due lavori precedenti, che rende il sound più pop, con melodie accattivanti e giocose, ma allo stesso tempo di facile ascolto e facilmente canticchiabili. Stesso discorso vale per le seguenti “How’d You Like That” e “Rosie”, che Pritchard definisce canzoni perfette da ascoltare sotto il sole, in cui lo stesso cantante strizza l&#8217;occhio a Jim Morrison e ai The Doors più commerciali di Touch me. La ballata ‘Taking Pictures Of You” mostra il lato più romantico della band, ma è con “Fuck The World Off”, “Time Above The Earth” e “Runaway”, che i quattro giovani inglesi dimostrano il loro amore per il britpop anni 60 tipicamente beatlesiano. Seguono il singolo di lancio, “Is it me”, uno dei brani meglio riusciti di tutto il 2011 nel panorama semi-alternativo inglese e la nostalgica “Killing me” ideale per un pomeriggio di fine estate.<br />
L’album si conclude con “Eskimo Kiss” che ci riproietta ai suoni e alla leggerezza degli esordi e l’interessante “Mr. Nice Guy” dove non mancano sfumature funky e reggae.<br />
Un album che non ha la pretesa di cambiare la storia della musica, ma che dimostra tutto il potenziale di questi quattro giovanotti, di cui sicuramente sentiremo ancora parlare a lungo.</p>
<p><strong>Pezzi migliori</strong>: “Is it me”, “Rosie” e “Mr. Nice Guy’”<br />
<strong>Pezzi peggiori</strong>: “Eskimo Kiss” e “Petulia” </p>
<p><strong>Voto</strong>: 7,5</p>
<p><strong>Tracklist</strong>:<br />
01. Junk Of The Heart (Happy)<br />
02. How&#8217;d You Like That<br />
03. Rosie<br />
04. Taking Pictures Of You<br />
05. Fuck The World Off<br />
06. Time Above The Earth<br />
07. Runaway<br />
08. Is It Me<br />
09. Killing Me<br />
10. Petulia<br />
11. Eskimo Kiss<br />
12. Mr. Nice Guy</p>
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		<title>Traccia 21: Stop Crying Your Heart Out, by Oasis</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 12:25:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Iocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Oasis]]></category>
		<category><![CDATA[Tracce di Vita]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/07/scyho-150x150.jpg" alt="" title="Stop Crying Your Heart Out - Oasis" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1707" />Da quando ho memoria, ricordo che la Musica è sempre stata una parte fondamentale della mia vita. A sei anni già speravo di diventare una cantante. Ovviamente a quell&#8217;età lo facevo più per gioco che per altro. Ma lo sappiamo bene, certe volte la vita è così assurda da mandarci degli strani segnali che noi, puntualmente, lì per lì non vediamo. Perché non avrei mai detto che nel corso della mia vita, la Musica sarebbe stata veramente la parte più solida di me.<br />
E senza alcun dubbio, se oggi mi dessero un microfono in mano e un palco da vivere, la sola canzone con cui potrei cominciare a cantare sarebbe Stop Crying Your Heart Out degli Oasis.  Per me un inno di vita, di rinascita. Pubblicata nel 2002 come&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/07/scyho-150x150.jpg" alt="" title="Stop Crying Your Heart Out - Oasis" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1707" />Da quando ho memoria, ricordo che la Musica è sempre stata una parte fondamentale della mia vita. A sei anni già speravo di diventare una cantante. Ovviamente a quell&#8217;età lo facevo più per gioco che per altro. Ma lo sappiamo bene, certe volte la vita è così assurda da mandarci degli strani segnali che noi, puntualmente, lì per lì non vediamo. Perché non avrei mai detto che nel corso della mia vita, la Musica sarebbe stata veramente la parte più solida di me.<br />
E senza alcun dubbio, se oggi mi dessero un microfono in mano e un palco da vivere, la sola canzone con cui potrei cominciare a cantare sarebbe Stop Crying Your Heart Out degli Oasis.  Per me un inno di vita, di rinascita. Pubblicata nel 2002 come singolo, e poi inserita nell&#8217;album Heathen Chemistry.<br />
Leggendo il testo e seguendo la melodia, mi sono subito resa conto che parlava di me. Del mio passato in cui spesse volte, in situazioni molto difficili, mi sono ritrovata da sola. Anche se non del tutto, perché la Musica è stata l&#8217;unica Essenza a starmi accanto sempre.<br />
Per molti forse appare come un discorso da pazzi o semplicemente melenso. Ma io credo che tutti nella vita abbiamo almeno una cosa a cui non potremmo mai rinunciare, a cui dobbiamo tutto, ogni cosa. Avendo affrontato un po&#8217; di cose da sola, ho commesso forse qualche sbaglio di troppo. Qualcosa che molto spesso, le notti, più che starmi accanto mi ha tormentato.<br />
Ebbene ascoltare e cantare questa canzone mi ha risanata. Il testo recita: “Tieni duro, non aver paura, non potrai mai cambiare quel che è stato e che non c&#8217;è più.” E ancora: “Tutti noi siamo stelle, stiamo sbiadendo, cerca solo di non preoccuparti un giorno ci vedrai, prendi solo quello che ti serve e continua per la tua strada. E smettila di straziare il tuo cuore.”<br />
Chi di noi non ha mai fatto errori nella vita? E chi non darebbe in cambio qualsiasi cosa pur di rimediare? Ho iniziato a dirmi che dovevo smetterla di straziare ulteriormente il mio cuore, quando ho letto certe parole. Perché spesso, sopraffatti dal dolore e dagli eventi, non ci rendiamo conto che il tempo scorre così velocemente e realmente non possiamo cambiare quello che è successo e che ora è andato via per sempre.<br />
Ho interpretato queste parole come un messaggio, un consiglio. Quello che tutti noi abbiamo la facoltà di poter Brillare come le Stelle, ma possiamo anche Sbagliare e Sbiadire, e che questo è quasi normale perché prima o poi capita a tutti, almeno una volta nel corso della vita, ma ciò nonostante si può sempre rimediare con l&#8217;aiuto del tempo, con il crescere senza fermarsi e continuando per la propria strada.<br />
Ancora oggi ho molti dubbi riguardo alla mia vita, ma sono sicura che “prenderò quello che mi serve” cioè la Musica e la Scrittura, e andrò avanti. Ognuno di noi ha un progetto di vita nella sua mente e, anche se non conosce i mezzi per realizzarlo, sfruttare ogni buona occasione che gli si para davanti  credo sia un buon modo per trovare il metodo giusto. Gli errori capitano e ci segnano, è vero. Ma noi possiamo sempre decidere per quanto tempo questi segni debbano comandare noi.<br />
Quando ascolto Stop Crying Your Heart Out, è come un promemoria di tutto questo. Mi ricorda che ogni momento di vita è unico e non posso permettermi di sprecarne ancora. Il miglior augurio che può farmi è &#8220;Che il tuo sorriso, possa risplendere. Non aver paura, il tuo destino ti potrà tenere al caldo.&#8221; Perché è realmente così che funziona. Lo scrivere Musica, l&#8217;ascoltarla, anche il solo pensarla o cantarla mi ha tenuta sempre al caldo. Attraverso Lei, ho capito che sono Io che devo comandare sui segni lasciati dai miei errori, non viceversa. Autocommiserarmi non mi porterà certo da nessuna parte. Come forse nemmeno lo scrivere Musica. Ma almeno so che sto facendo qualcosa per cui vale la pena rischiare e anche ricordare gli errori più pesanti.<br />
Sostanzialmente dedico la mia vita alla Musica. Come fosse una Famiglia che mi è stata sempre accanto e mi ha sempre parlato con le parole giuste. La Famiglia non è mai perfetta, eppure è una delle poche cose per cui rischieremmo la vita.<br />
La Famiglia nonostante tutti gli errori, ti tiene sempre al caldo.<br />
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<div class="clear"></div>
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		<title>Traccia 20: Slow Dancing In A Burning Room, by John Mayer</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 08:28:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Patricelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce di vita]]></category>
		<category><![CDATA[John Mayer]]></category>
		<category><![CDATA[Tracce di Vita]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/07/Continuum.png" alt="" title="John Mayer - Continuum" width="130" height="130" class="alignleft size-full wp-image-1699" />Ho sempre pensato che la nostra vita fosse un film con un regista assai fantasioso che ha avuto la bontà di regalarci il dono della musica per caratterizzare molte fasi della nostra esistenza. Ecco perché a lungo andare, più passa il tempo, la nostra testa si trasforma in un jukebox avente una playlist che varia da canzoni allegre a tristi, dal rock all’house, perché una cosa è certa: per quanto possiamo essere incollati al nostro stile ci sarà sempre un motivetto, anche stupido, di un altro genere che può prenderti. E poi ci sono quelle canzoni. Quei mix di chitarra, basso, batteria e voce che tu ascolti e pensi &#8220;cavolo, questa è perfetta per…&#8221;<br />
Ed è così che nel periodo della mia vita caratterizzato da alti e bassi, più&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/07/Continuum.png" alt="" title="John Mayer - Continuum" width="130" height="130" class="alignleft size-full wp-image-1699" />Ho sempre pensato che la nostra vita fosse un film con un regista assai fantasioso che ha avuto la bontà di regalarci il dono della musica per caratterizzare molte fasi della nostra esistenza. Ecco perché a lungo andare, più passa il tempo, la nostra testa si trasforma in un jukebox avente una playlist che varia da canzoni allegre a tristi, dal rock all’house, perché una cosa è certa: per quanto possiamo essere incollati al nostro stile ci sarà sempre un motivetto, anche stupido, di un altro genere che può prenderti. E poi ci sono quelle canzoni. Quei mix di chitarra, basso, batteria e voce che tu ascolti e pensi &#8220;cavolo, questa è perfetta per…&#8221;<br />
Ed è così che nel periodo della mia vita caratterizzato da alti e bassi, più bassi per la verità, entra in scena John Mayer. Fino a poco tempo fa un chitarrista e cantante a me sconosciuto ma in questo i &#8220;video suggeriti&#8221; di YouTube aiutano. Eccolo lì, in uno dei suo live che canta &#8220;Slow Dancing In A Burning Room&#8221;. Io allora stavo iniziando a suonare la chitarra e quella sua Fender Stratocaster mi incuriosiva, e anche tanto. Sei minuti di video, o meglio sei minuti di distacco dalla realtà. &#8220;Cazzo!&#8221; è stato l’unica parola che ho esclamato poi.<br />
Ero abituato ad ascoltare Santana, Red Hot Chili Peppers, Guns n’ Roses, Celentano e Battisti. Tutti artisti conosciuti grazie ai miei e mia sorella, che per fortuna dico sempre, ascoltano buona musica. Ma John mi sembrava fuori dal coro, era quel tipo di persona (sì perché sembrava lo conoscessi) che riesce a mostrare i sentimenti scrivendo e poi cantando e suonando. &#8220;Sono io!&#8221; mi ripetevo, ma c’era di più. Quella canzone mi aveva fatto pensare alla ragazza che amavo e che amo tutt’ora. Infatti gliel’ho dedicata. Il perché? Solo perché mi fa pensare a lei. Il testo non l’ho voluto tradurre di proposito, volevo evitare una possibile falsa similitudine tra il contenuto e il mio pensiero. Non volevo rovinare quella magia che quella canzone riusciva a crearmi. E la sto ascoltando anche ora che sto scrivendo di Lei.<br />
Non so se vi capita, ma io con questa canzone amo chiudermi in camera, al buio, allungarmi sul letto e chiudere gli occhi. E’ il mio momento, sacro, unico, inimitabile, perfetto. Io e me stesso. Io e le lacrime. Io e i miei sentimenti. Io e le corde della chitarra. Io e le vibrazioni dell’aria. Io e i miei pensieri. Io e il silenzio assordante a fine canzone. Probabilmente la mia camera diventa proprio quella &#8220;Burning Room&#8221; della canzone. E che la &#8220;Slow Dancing&#8221; sia un contratto con la riflessione.<br />
Ed ora penso che sia tutto scritto, dal Destino, da Dio, chi lo sa. Il mio maestro di chitarra adora John Mayer e i Red Hot Chili Peppers. E anche lui ha una Stratocaster. E io ho una Squier per ora, ma quando imparerò avrò la Strato anche io. Come il mio maestro, come Frusciante dei RHCP, come John Mayer. E se la fortuna mi assisterà, suonerò e canterò io stesso questa poesia in musica a quella ragazza che riesce a farmi scoppiare il cuore.<br />
<a href="http://clk.tradedoubler.com/click?p=24373&#038;a=1947527&#038;url=http%3A%2F%2Fitunes.apple.com%2Fit%2Falbum%2Fslow-dancing-in-a-burning-room%2Fid193254476%3Fi%3D193254933%26uo%3D4%26partnerId%3D2003" target="itunes_store"><img src="http://ax.phobos.apple.com.edgesuite.net/it_it/images/web/linkmaker/badge_itunes-lrg.gif" alt="Slow Dancing In a Burning Room - Continuum" style="border: 0;"/></a></p>
<div class="clear"></div>
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		<item>
		<title>Recensione: Explosions in The Sky &#8211; Take Care, Take Care, Take Care</title>
		<link>http://www.indiescutibile.it/2011/07/recensione-explosions-in-the-sky-take-care-take-care-take-care/</link>
		<comments>http://www.indiescutibile.it/2011/07/recensione-explosions-in-the-sky-take-care-take-care-take-care/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 18:59:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Castellazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>
		<category><![CDATA[Explosions In The Sky]]></category>
		<category><![CDATA[Take Care]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img alt="" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Explosions-In-The-Sky_Take-Care-Take-Care-Take-Care.jpg" title="hjh" class="alignleft" width="130" height="130" /><br />
<strong>Artista:</strong> Explosions in The Sky<br />
<strong>Album:</strong> Take Care, Take Care, Take Care<br />
<strong>Genere:</strong> Instrumental Rock<br />
<strong>Anno:</strong> 2011</p>
<p><strong>Lente d&#8217;ingrandimento: </strong>È sera, piuttosto tardi, e vorrei rilassarmi ma non ho sonno. Qualche mese fa, precisamente tra le uscite di aprile, vidi un album di un gruppo con un nome strano. Si chiamavano Explosions in The Sky, e l’album era Take Care, Take Care, Take Care. Giusto il tempo di documentarmi su di loro e scoprire che sono texani di Austin e che sono già al loro sesto album (in attività dal ’99), che sono stato costretto a tornare alle faccende giornaliere che tanto mi rubavano il tempo per ascoltare buona musica. Oggi, molto più libero, posso dedicarmi a quest’album. Mai sentito nulla di loro, nemmeno una nota,&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Explosions-In-The-Sky_Take-Care-Take-Care-Take-Care.jpg" title="hjh" class="alignleft" width="130" height="130" /><br />
<strong>Artista:</strong> Explosions in The Sky<br />
<strong>Album:</strong> Take Care, Take Care, Take Care<br />
<strong>Genere:</strong> Instrumental Rock<br />
<strong>Anno:</strong> 2011</p>
<p><strong>Lente d&#8217;ingrandimento: </strong>È sera, piuttosto tardi, e vorrei rilassarmi ma non ho sonno. Qualche mese fa, precisamente tra le uscite di aprile, vidi un album di un gruppo con un nome strano. Si chiamavano Explosions in The Sky, e l’album era Take Care, Take Care, Take Care. Giusto il tempo di documentarmi su di loro e scoprire che sono texani di Austin e che sono già al loro sesto album (in attività dal ’99), che sono stato costretto a tornare alle faccende giornaliere che tanto mi rubavano il tempo per ascoltare buona musica. Oggi, molto più libero, posso dedicarmi a quest’album. Mai sentito nulla di loro, nemmeno una nota, non conosco nemmeno il genere di questo gruppo dal nome così strano. Ammetto che è stato proprio il nome ad incuriosirmi, e solo dal nome mi ero fatto una mezza idea diciamo. “Un genere di musica corale, strumentale, che trascina all’ascolto per la sua grandissima potenza attrattiva”, dicevo tra me e me cercando stimoli per schiacciare play. Stranamente non mi sbagliavo. Possiamo definirlo un instrumental rock, un post rock, un rock e basta, fatto stà che l’album è completamente strumentale, non una singola parola cantata o pronunciata, silenzio totale, solo chitarre, chitarre e batteria. Una perla, un delirio, un viaggio lungo circa 45 minuti, uno strazio estremo, ma in senso buono. Il disco trascina, fa volare, esplode ed implode nelle orecchie dell’ascoltatore, con pezzi lunghi, estenuanti e non, divertenti e malinconici. Un viaggio nemmeno troppo lungo, ma uno dei più piacevoli mai fatti. La sfida è grande, mai mi è capitato di recensire, neppure di descrivere, un disco esclusivamente strumentale, e con una forza così grande. La sfida è appunto grande, decido di prenderla, per descrivervi questo viaggio.</p>
<p>Take Care, Take Care, Take Care, si apre con <em>Last Known Surroundings</em>, un pezzo con un intro puramente in stile rock melodico. Non c’è però solo l’intro, la canzone prosegue, cambia, sconvolge ed esplode a metà. È una delizia, la batteria è incessante e gli arpeggi di chitarra sono fantastici. Il viaggio è cominciato e ci si lascia andare in otto minuti di piacere e relax. È la gioia del primo bacio, è la felicità di un abbraccio, è tutto ciò di più bello si possa apprezzare in una canzone senza parole. Esse non servono per nulla. Nemmeno ci si accorge del cambiamento, che parte la seconda traccia, <em>Human Qualities</em>, l’arpeggio iniziale è dolce, e nel sottofondo si può apprezzare una base quasi elettronica, che diventa poi un battito di mani. Ora si cammina, su di un verde prato, accompagnati da una persona cara, si può sentire il suo respiro. Il ritmo cala, c’è solo uno strano sottofondo battente, ci si addormenta. Nel sonno si ammira la bellezza della natura, la sua perfezione, finchè non ci si sveglia. Il ritmo torna ad essere sostenuto, si apprezza il cambiamento, finchè di nuovo, l’apoteosi. La batteria è fantastica, pochi suoni, pochi e semplici, un’atmosfera divina. <em>Trembling Hands</em> è più cattiva, una corsa continua per fuggire da qualcosa di maligno. Le rullate non si fermano ed il ritmo è sempre sostenuto. Ogni singola nota è suonata alla perfezione, ogni singola melodia è scelta per sconvolgere l’ascoltatore, e il finale è trionfante. Devo fare una piccola pausa per fumare una sigaretta, anche perché sono già passati venti minuti e siamo solo alla quarta traccia. <em>Be Comfortable Creature</em> comincia con leggeri arpeggi. Tre chitarre possono creare un emozione incredibile, possono scrivere parole di conforto par la persona che si ama, possono dire lei di stare tranquilla e di non preoccuparsi. Il ritmo risale, siamo al momento più bello e coinvolgente del disco. La melodia è semplice ma commovente, schitarrate al posto giusto non fanno che arricchire la già grande atmosfera. Si corre nel bosco, mano nella mano, senza guardarsi indietro, senza avere paura, fino a quando si esce di nuovo all’aria aperta, si sente il rumore del mare e bisogna festeggiare. I momenti più esplosivi di ogni singola canzone seguono sempre quelli più tranquilli, e sono prevedibili, si sente che qualcosa sta cambiando, i suoni si sovrappongono l’un l’altro fino a quando… fino a nulla. La canzone stessa mi trae in inganno e finisce, il trionfo è proprio la tranquillità, si è arrivati sulla spiaggia e si possono ammirare le onde che si infrangono sugli scogli. Ci si addormenta. <em>Postcard from 1952</em> è la penultima canzone dell’album, leggera dichiarazione d’amore che a metà diventa improvvisamente una dolce ballata. So che questa volta non mi sbaglio. Si sente il cambiamento, è nell’aria, gli arpeggi si fanno più possenti, i piatti fanno un gran rumore e le rullate danno un tocco di sacralità. È il vero amore ciò che descrive questa canzone, insancabile ed inafferrabile, sognato e desiderato da tutti. Il finale è lento, tranquillo. <em>Let Me Back In</em> è un nuovo inizio, un’altra storia, l’inizio di qualcosa di diverso. La canzone mantiene le stesse note e gli stessi arpeggi fino a circa metà, con un ritmo sempre sostenuto, fino a quando cambia totalmente tonalità e dolcemente diventa gloriosa e corale. Il finale è lasciato alle incomprensioni, alle tentazioni che possono rovinare una storia d’amore, accartocciarla e gettarla nella spazzatura. Nessuna esplosione, nessuna risalita, solo punti interrogativi che solo le persone devono essere in grado di riconoscere, decifrare e risolvere, senza l’aiuto di nessuno, solo di loro stesse.<br />
Questo è il mio viaggio, non so se sia lo stesso che gli Explosions in The Sky avevano stabilito. La sostanza è però che ogni cosa è al suo posto, ogni nota è perfettamente calibrata per l’enfasi che deve conferire, ogni rullata è definita per colpire e stupire, torcere e sconvolgere. Un album a dir poco perfetto, lungo al punto giusto, con brani che non stancano nonostante la loro grande forza. Puro sconvolgimento all’ascolto ed un incredibile viaggio. Cose che solo la musica può dare.</p>
<p><strong>Brani Migliori:</strong> Last Known Surroundings, Postcards from 1952</p>
<p><strong>Voto:</strong> 9</p>
<p><strong>Tracklist:</strong><br />
01 &#8211; Last Known Surroundings<br />
02 &#8211; Human Qualities<br />
03 &#8211; Trembling Hands<br />
04 &#8211; Be Comfortable, Creature<br />
05 &#8211; Postcards From 1952<br />
06 &#8211; Let Me Back In</p>
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		<title>Recensione: Friendly Fires &#8211; Pala</title>
		<link>http://www.indiescutibile.it/2011/07/recensione-friendly-fires-pala/</link>
		<comments>http://www.indiescutibile.it/2011/07/recensione-friendly-fires-pala/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 25 Jul 2011 19:34:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Castellazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>
		<category><![CDATA[Freindly Fires]]></category>
		<category><![CDATA[Pala]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img alt="" src="http://i1232.photobucket.com/albums/ff379/Chris_Smith5/cover-6.jpg" title="jhb" class="alignleft" width="130" height="130" /><br />
<strong>Artista:</strong> Friendly Fires<br />
<strong>Titolo:</strong> Pala<br />
<strong>Anno:</strong> 2011<br />
<strong>Genere:</strong> Indie Pop, Electro Pop</p>
<p><strong>Lente d&#8217;ingrandimento:</strong> Anche i Friendly Fires in un qualche modo, in questo fin’ora cupo 2011, il botto dovevano farlo. Pala esce a Maggio, e la redazione caldamente si scusa per il ritardo. Anche perché, per il suo genere, è un album davvero bomba. Sonorità già proposte dai Cut Copy di “In Ghost Colours” ad esempio, ma ora più chiare ed esotiche, forse addirittura più accessibili. Pala scorre via come una sigaretta, tra sinth e quant’altro possa creare atmosfere da dancefloors di un certo livello. Lo stile è quello, quello che non riesci mai a definire, un indie pop elettronico, con ritmi esotici e sonorità un pizzico anni ’90.<br />
Come detto, l’album è di&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="" src="http://i1232.photobucket.com/albums/ff379/Chris_Smith5/cover-6.jpg" title="jhb" class="alignleft" width="130" height="130" /><br />
<strong>Artista:</strong> Friendly Fires<br />
<strong>Titolo:</strong> Pala<br />
<strong>Anno:</strong> 2011<br />
<strong>Genere:</strong> Indie Pop, Electro Pop</p>
<p><strong>Lente d&#8217;ingrandimento:</strong> Anche i Friendly Fires in un qualche modo, in questo fin’ora cupo 2011, il botto dovevano farlo. Pala esce a Maggio, e la redazione caldamente si scusa per il ritardo. Anche perché, per il suo genere, è un album davvero bomba. Sonorità già proposte dai Cut Copy di “In Ghost Colours” ad esempio, ma ora più chiare ed esotiche, forse addirittura più accessibili. Pala scorre via come una sigaretta, tra sinth e quant’altro possa creare atmosfere da dancefloors di un certo livello. Lo stile è quello, quello che non riesci mai a definire, un indie pop elettronico, con ritmi esotici e sonorità un pizzico anni ’90.<br />
Come detto, l’album è di semplice ascolto anche se talvolta risulta un po’ diciamo estremo; troppi gingilli musicali mescolati con le ritmiche di quest’album possono stonare. Tra l’altro il nome dell’album non è scelto a caso; Pala è un’isola immaginaria creata dal padre della psichedelia, l’inglese Huxley, in cui il protagonista del romanzo “l’Isola”, si ritrova dopo un naufragio.</p>
<p>Dimenticatevi tutto, la notte è giovane e piena di desideri, mai guardarsi indietro. <em>Live Those Days Tonight</em> è la perla che scatta all’inizio dell’album, quella che fa subito saltare e fa si che si prosegua nell’ascolto. Il primo acchito è troppo importante. I ritmi sono molto sostenuti e la batteria spinge alla grande. <em>Blue Cassette</em> è la seconda traccia, più tranquilla, ma con il solito sottofondo altamente esotico e sostenuto. Segue <em>Running Away</em>, è tempo di fuggire, trascinati dalle geniali  e coinvolgenti ritmiche. Segue <em>Hurting</em>, molto più melodica ed elettronica; a dir la verità di elettronico c’è molto poco, gli strumenti sono davvero suonati, primo fra tutti la batteria, e la differenza tra suoni computerizzati è sostanziale. Il risultato è puro piacere d’ascolto, del tutto reale. Le canzoni scorrono facilmente, nonostante la loro non indifferente lunghezza (in media 4 minuti per canzone), e la bravura dei Friendly Fires è proprio questa, lasciar correre e trascinare l’ascoltatore, quasi come se si fosse ad una festa in spiaggia, dove si attende l’alba, ma si vorrebbe che la notte non finisse mai. L’apice dell’album lo si raggiunge con<em> Pala</em>, canzone icona dell’album, nonché maggiormente psichedelica e riflessiva; tranquilla e rilassante, Pala sembra un posto in cui ci si può concedere il piacere di guardare il cielo e tutti i suoi cambiamenti, attorniati da miliardi di colori altamente suggestivi. Chissà se la Pala di Huxley rispecchiava quest’album. <em>Show Me Lights</em> è la canzone più Pop dell’album; la voce di Macfarlane è altamente melodica e pulita, e il pezzo è quasi in stile boyband anni ’90. Indipendentemente da questo, rimane comunque uno dei migliori pezzi dell’album, per atmosfera contenuta ed enfasi espressa. <em>True Love</em> è cattiva, ritmo battente e compulsivo, mentre<em> Pull Me Back to Heart</em> è un’altra perla di pregevole fattura, accattivante ed esotica, non si ferma un attimo, prende e trascina. Nemmeno cinque minuti e arriva <em>Chimes</em>, miglior pezzo in assoluto dell’album, mai un attimo fermo, gran voce, non troppi effetti e una batteria instancabile. <em>Helpless</em> è la canzone che chiude l’album. Ormai sperduti su Pala, ci si rassegna a rimanerci per sempre, in mezzo a suoni sensuali, senza aiuti provenienti da nessuna parte.</p>
<p>I Friendly Fires sono bravi, non è una cosa che si può nascondere (provateci se ci riuscite), come non è da nascondere la voglia che mette questo disco di ballare a piedi nudi sulla sabbia. Nulla di nuovo alle nostre orecchie, ma il loro lavoro per quest’album l’anno fatto molto bene. Promossi.</p>
<p><strong>Brani migliori:</strong> Live Those Days Tonight, Pala, Show Me Lights, Chimes<br />
<strong>Brani Peggiori:</strong> Blue Cassette, Running Away</p>
<p><strong>Voto:</strong> 7</p>
<p><strong>Tracklist:</strong><br />
01 &#8211; Live Those Days Tonight<br />
02 &#8211; Blue Cassette<br />
03 &#8211; Running Away<br />
04 &#8211; Hurting<br />
05 &#8211; Pala<br />
06 &#8211; Show Me Lights<br />
07 &#8211; True Love<br />
08 &#8211; Pull Me Back to Heart<br />
09 &#8211; Chimes<br />
10 &#8211; Helpless</p>
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		<title>Flippaut Alternative Reload (The Strokes, Chromeo, Verdena, Glasvegas) @ Castello Sforzesco, Vigevano (PV) &#8211; 12/07/2011</title>
		<link>http://www.indiescutibile.it/2011/07/flippaut-alternative-reload-the-strokes-chromeo-verdena-glasvegas-castello-sforzesco-vigevano-pv-12072011/</link>
		<comments>http://www.indiescutibile.it/2011/07/flippaut-alternative-reload-the-strokes-chromeo-verdena-glasvegas-castello-sforzesco-vigevano-pv-12072011/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 22 Jul 2011 07:34:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davis Molinari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Concerti]]></category>
		<category><![CDATA[Chromeo]]></category>
		<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Flippaut Alternative Reload]]></category>
		<category><![CDATA[Glasvegas]]></category>
		<category><![CDATA[The Strokes]]></category>
		<category><![CDATA[Verdena]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/07/flippaut.jpeg" alt="" title="Flippaut Alternative Reload" width="134" height="94" class="alignleft size-full wp-image-1670" />&#8220;Per fortuna che ho pagato solo 24 euro.&#8221; E&#8217; questo il primo amaro commento che mi è uscito allo scoccare della mezzanotte quando, in quel di Vigevano, è sceso il sipario sul Flippaut Alternative Reload. Già perchè, se non avessi sfruttato l&#8217;offerta del sito getbazza.com che mi ha permesso di ottenere il biglietto ad un &#8220;prezzo da amico&#8221;, e avessi invece speso i 48 euro previsti, se non addirittura i 55 euro a cui arrivava il prezzo con la percentuale di prevendita di ticketone (7 euro di prevendita, ma siamo matti?!), mi sarebbero girate quelle cose la, e non poco. Ed è chiaro che non si tratta del modo migliore di iniziare il live report di un evento.</p>
<p>Un paio di settimane prima dell&#8217;evento arriva la comunicazione del cambio di&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/07/flippaut.jpeg" alt="" title="Flippaut Alternative Reload" width="134" height="94" class="alignleft size-full wp-image-1670" />&#8220;Per fortuna che ho pagato solo 24 euro.&#8221; E&#8217; questo il primo amaro commento che mi è uscito allo scoccare della mezzanotte quando, in quel di Vigevano, è sceso il sipario sul Flippaut Alternative Reload. Già perchè, se non avessi sfruttato l&#8217;offerta del sito getbazza.com che mi ha permesso di ottenere il biglietto ad un &#8220;prezzo da amico&#8221;, e avessi invece speso i 48 euro previsti, se non addirittura i 55 euro a cui arrivava il prezzo con la percentuale di prevendita di ticketone (7 euro di prevendita, ma siamo matti?!), mi sarebbero girate quelle cose la, e non poco. Ed è chiaro che non si tratta del modo migliore di iniziare il live report di un evento.</p>
<p>Un paio di settimane prima dell&#8217;evento arriva la comunicazione del cambio di location dall&#8217;Arena concerti di Rho Fiera al Castello Sforzesco di Vigevano a causa, non è un mistero, dello scarso successo delle prevendite. Dopo una prima reazione non troppo felice alla notizia, dovuta al fatto di lavorare a Milano e di aver già pianificato con il resto della compagnia tutti gli spostamenti, ci ricrediamo e troviamo la nuova location sicuramente più suggestiva rispetto al piazzale di cemento di Rho, viste soprattutto le temperature dei giorni imemediatamente precedenti l&#8217;evento. Ci ri-organizziamo quindi e, componendo man mano il gruppo, ci apprestiamo a raggiungere la nuova destinazione in treno. Una volta saliti, grazie all&#8217;indecente servizio ancora una volta fornito dalle ferrovie dello stato e ai 50 gradi percepiti all&#8217;interno delle carrozze nonostante siano semivuote, torniamo a maledire l&#8217;idea del cambio di location che ci costringe a questo viaggio della disperazione.</p>
<p>Arriviamo che è già in corso l&#8217;esibizione di <strong>Dan Black</strong>, ex leader dei The Servant e prestavoce dei Planet Funk. Sul palco, accompagnato solo da un chitarrista e da un po&#8217; di gingilli elettronici, mette in mostra una buona personalità e con un po&#8217; di carica riesce a coinvolgere discretamente i (pochi) presenti, ottenendo praticamente il massimo possibile per un set nel pieno pomeriggio di una giornata di luglio in cui si fatica anche solo stando seduti all&#8217;ombra.</p>
<p>I successivi artisti in cartellone sono i <strong>Glasvegas</strong>, freschi di pubblicazione del loro secondo lavoro &#8220;EUPHORIC /// HEARTBREAK \\\&#8221;. Gli scozzesi, che nel 2008 si erano messi in grande evidenza con il loro omonimo disco di debutto, si presentano sul palco alle 18:30 con la nuova batterista, la svedese Jonna Löfgren, e fanno da subito una buona impressione.<br />
Essendo tutto tranne che una band solare, pagano il fatto di suonare ad un orario in cui sole e temperatura si addicono di più ad un bagno nel mare che alle riflessioni cupe e intimiste delle loro canzoni. L&#8217;atmosfera durante la loro esibizione è infatti un po&#8217; freddina, nonostante il buon livello di esecuzione dal punto di vista strettamente musicale. Convince tutto sommato abbastanza la voce di James Allan, ma convince soprattutto la performance ritmica della Löfgren che, suonando peraltro per tutto il set da in piedi, si comporta molto bene e, sebbene solo raramente sia impegnata in passaggi particolarmente tecnici, picchia con una determinazione e con un perenne sorriso che piacciono. Eseguono una decina di pezzi, partendo con il trittico iniziale dell&#8217;ultimo lavoro (Pain pain never again, World is yours e You) per tornare poi ad una sequenza dei brani estratti dall&#8217;album d&#8217;esordio (non può mancare ovviamente Geraldine), inframezzati ancora da &#8220;Euphoria, take my hand&#8221;, il singolo di lancio di &#8220;EUPHORIC /// HEARTBREAK \\\&#8221;. Chiudono con un&#8217;ottima esecuzione di &#8220;Daddy&#8217;s gone&#8221; e noi applaudiamo volentieri.</p>
<p>E&#8217; il turno dei <strong>Verdena</strong>. Si presentano da subito virtuosi e danno dimostrazione di aver raggiunto, sotto il profilo squisitamente tecnico, un livello che gli può garantire tranquillità in caso di confronto con qualsivoglia altra band. Luca alla batteria, in particolare, è devastante per quantità e qualità. D&#8217;altro canto però, non si può non notare uno scarseggiamento della componente melodica che, a tratti, sembra quasi assente, a favore della ricerca dell&#8217;intensità sonora, della sperimentazione e della psichedelia che a volte, forse per colpa anche dei volumi, specie quando i suoni si fanno potenti, sfocia in vera e propria &#8220;confusione&#8221;. Sarà forse per lo stile dei pezzi di &#8220;Wow&#8221;, il loro ultimo doppio disco, che ci accolliamo in tutta tranquillità la colpa di non aver approfondito abbastanza o sarà per il fatto di averli visti innumerevoli volte durante i tour dei loro primi 3 dischi, quando ad una tecnica già molto ben impostata sapevano unire melodia e imprimere un notevole impatto emotivo, fatto sta che la performance nel suo complesso ci lascia più di qualche dubbio. Indubbiamente la scelta della setlist poteva essere più felice e, se da una parte capiamo l&#8217;esigenza di pubblicizzare il nuovo lavoro (da cui possono pescare appunto tra oltre 20 pezzi), dall&#8217;altra crediamo che in un appuntamento di un&#8217;oretta scarsa da sparring partner da orario crepuscolare in un festival occorra inserire qualche pezzo in più di quelli in grado di far cambiare marcia. Non a caso, l&#8217;entusiasmo del pubblico si scatena prevalentemente durante l&#8217;esecuzione di pezzi come Don Calisto e Canos. Purtroppo, a differenza di alcuni amici con noi al Flippaut, non abbiamo il termine di paragone con una delle innumerevoli date del loro tour, durante le quali ci dicono aver offerto ben altre performance, per cui ci teniamo in nostro giudizio complessivo non eccelso (fermo restando, ripetiamo, la loro tecnica strabiliante). </p>
<p>Il ruolo di ultimo gruppo prima degli Strokes spetta ai <strong>Chromeo</strong>, duo canadese di elettronica arricchita con un po&#8217; di funky. Provano da subito a scaldare un po&#8217; la serata, dal punto di vista del coinvolgimento si intende, dal punto di vista meteorologico continua ad essere fin troppo calda nonostante il calar della sera; con alcuni pezzi ci riescono, con altri un po&#8217; meno, con altri ancora annoiano proprio, ma ottengono comunque un buon risultato, il migliore fino a quel momento della serata, per quanto riguarda la partecipazione. L&#8217;originalità non è di certo la loro caratteristica emblematica e il paragone con i Daft Punk stride non poco ma, contando che non è che da loro ci si aspettassero miracoli, tutto sommato escono a testa alta.</p>
<p>Ci siamo, è il momento dei <strong>The Strokes</strong> e l&#8217;attesa è alta dato che la band di New York non calca un palco italiano da 5 anni. In Italia, proprio su questo stesso palco del Castello Sforzesco di Vigevano era stato, un anno esatto fa, il solo Julian Casablancas per una data del tour di promozione del suo lavoro solista &#8220;Phrazes for the Young&#8221;. Questa volta con lui ci sono anche Nick Valensi, Albert Hammond jr. e gli altri; tra il pubblico partono le operazioni di avvicinamento al palco e con un colpo d&#8217;occhio all&#8217;indietro notiamo che la location è andata riempiendosi.<br />
Gli Strokes escono e decidono di partire forte, attaccando con New York City Cops che, inutile dirlo, scatena il delirio. La voce di Julian pare in buona forma e i suoni sono veramente notevoli. The modern age e poi subito Reptilia, veloce ed esplosiva, porta lo show ad altissimi livelli fin dalle prime battute. Sicuramente dimostrano di saperla lunga sulla scelta dei pezzi da proporre e dell&#8217;ordine in cui proporli; proseguono infatti con Machu Picchu, opener dell&#8217;ultimo disco e, per convinzione personale, uno dei migliori brani in esso contenuto, seguita dall&#8217;iconica Last Nite. Il tutto suonato in modo molto positivo, con una grande carica e con la giusta alchimia tra i suoni che francamente non sapevamo se aspettarci da una loro prova live. Gli attriti, veri o presunti, tra i membri della band non si percepiscono, e il tutto sembra far pensare ad uno show destinato a proseguire egregiamente e, perchè no, ad essere ricordato con enfasi.<br />
Durante l&#8217;esecuzione di &#8220;Taken For A Fool&#8221;, secondo estratto dal loro ultimo disco &#8220;Angles&#8221; uscito in primavera, succede però &#8216;imprevedibile e, nel bel mezzo del brano, l&#8217;impianto salta lasciando di stucco tanto il pubblico, quanto gli stessi Strokes. Dopo qualche minuto il tutto sembra risolto e lo show riprende. Ma neanche il tempo di tirare il classico sospiro di sollievo che la musica sparisce nuovamente. Evidentemente non abituati a situazioni del genere (ovviamente solo in Italia succedono) rimangono loro stessi spaesati per primi, mentre il pubblico inizia, con sacrosanta ragione, a rumoreggiare. Julian, mentre i tecnici corrono freneticamente da una parte all&#8217;altra nel tentativo di sistemare il problema, o forse anche solo di individuarlo, scende dal palco e si concede al pubblico delle prime file per strette di mano, foto, baci e abbracci. Trascorrono i minuti, arriva una sorta di ok a riprendere e Casablancas torna sul palco; dopo una breve prova microfono il gruppo è pronto a ripartire. Ma questo concerto non sa da fare ha deciso qualcuno o qualcosa e infatti la band fa appena in tempo ad eseguire un brano, forse 2, e il problema si ripresenta. Questa volta è il batterista Fabrizio Moretti che prova a rendere meno tragica la situazione, uscendo dalla sua postazione e venendo a fronte palco ad esibire una bandiera italiana (nazionalità di origine del padre). Il copione che si ripete è ancora una volta lo stesso delle interruzioni precedenti e lo show è già senza dubbio compromesso, con il pubblico che inizia ad avere la ferma sensazione che tutto sia ormai andato. Come da copione appunto si prova a ripartire, ma arriva la quarta interruzione; molti a questo punto iniziano a imboccare la strada per l&#8217;uscita tra improperi di ogni tipo. E&#8217; invece da apprezzare l&#8217;atteggiamento della band che nonostante tutto prova ogni volta e in ogni modo a riprendere, quando molto probabilmente moltre altre band, anche meno blasonate, alla seconda interruzione se ne sarebbero tranquillamente andate. Se si riesce ad andare oltre al banale &#8220;ma si tanto loro i soldi li prendono lo stesso&#8221; e a capire che la band è forse l&#8217;ultima ad avere delle colpe, non si può non rendergli atto del rispettoso e positivo modo in cui hanno gestito la situazione. Infatti ci provano ancora e, fermo restando le rigide imposizioni sull&#8217;orario di chiusura, previsto per la mezzanotte, escono per provare ad eseguire il brano previsto come chiusura di scaletta, cioè &#8220;Take it or leave it&#8221;. Esecuzione ottima che riesce senza interruzione e che estrae ancora un po&#8217; di energia e di voce da quelli che ci han creduto, sebbene non possa mitigare l&#8217;amarezza di tutti quanti, che resta direttamente proporzionale ai sacrifici economici e logistici fatti per esserci. Gli inconvenienti li hanno costretti a dare quindi un bel taglio alla scaletta prevista, dalla quale sono stati estirpati alcuni pezzi che avremmo avuto particolare piacere a sentire come &#8220;Juicebox&#8221; e &#8220;Hard to explain&#8221;.<br />
Come detto in apertura, la nostra rabbia è stata mitigata solo dal fatto di aver speso per questo evento la metà del prezzo previsto e l&#8217;unica cosa che possiamo fare, sembrerà banale dirlo, è sperare di vederli di nuovo presto in Italia, in una situazione meno sfortunata e, soprattutto, con una organizzazione più preparata. </p>
<p><strong>Scaletta Glasvegas:</strong><br />
Pain Pain, never again<br />
World is yours<br />
You<br />
It&#8217;s My Own Cheating Heart That Makes Me Cry<br />
Lonesome swan<br />
Euphoria take my hand<br />
Geraldine<br />
Go square go<br />
S.A.D. Light<br />
Lots sometimes<br />
Daddy&#8217;s gone</p>
<p><strong>Scaletta Verdena:</strong><br />
Sorriso in spiaggia, pt. 1<br />
Sorriso in spiaggia, pt. 2<br />
Rossella roll over<br />
Il caos<br />
Badea blues<br />
Lui gareggia<br />
Canos<br />
Don Calisto<br />
Letto di mosche<br />
Razzi arpia inferno e fiamme<br />
Scegli me<br />
Miglioramento<br />
E’ solo lunedì<br />
Loniterp<br />
Non prendere l’acme, eugenio</p>
<p><strong>Scaletta The Strokes:</strong><br />
New York City Cops<br />
The Modern Age<br />
Reptilia<br />
Machu Picchu<br />
Last Nite<br />
Taken For A Fool (interrotta per problemi tecnici)<br />
Someday<br />
Is This It<br />
Under Cover Of Darkness<br />
Whatever Happened<br />
Life Is Simple In The Moonlight (interrotta per problemi tecnici)<br />
You Only Live Once (interrotta per problemi tecnici)<br />
You’re So Right<br />
Trying Your Luck (interrotta per problemi tecnici)<br />
Take It Or Leave It</p>
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		<title>Traccia 19: Zero, by Bluvertigo</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 12:14:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Elisabetta Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Bluvertigo]]></category>
		<category><![CDATA[Tracce di Vita]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/07/bluvertigo-150x150.jpg" alt="" title="Bluvertigo - Zero" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1657" />Questo e&#8217; il racconto di un viaggio verso l&#8217;assurdo. Un viaggio legato alla canzone &#8220;zero&#8221; dei Bluvertigo. Una notte con una cara amica. La canzone &#8220;zero&#8221; non ci ha fatto da cornice, è stata qualcosa di più. Noi eravamo dentro quella canzone, siamo parte di quella musica. L&#8217;abbiamo vissuta sedute ad un tavolo di un qualsiasi autogrill, ad uno stop mancato alle 4 di notte, dentro i suoi occhi, dietro un tendone pronte ad assistere ad uno spettacolo inatteso e non voluto. Sono le 7.30 a.m. apro gli occhi e non posso non  ridere leggendo il cartello autostradale “Cantù 8 km”.</p>
<p>Le Due del mattino per strada con due quadri e due rose.<br />
Seduta al tavolo di un autogrill tutto gira confusamente come le lancette di una giornata appena&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/07/bluvertigo-150x150.jpg" alt="" title="Bluvertigo - Zero" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1657" />Questo e&#8217; il racconto di un viaggio verso l&#8217;assurdo. Un viaggio legato alla canzone &#8220;zero&#8221; dei Bluvertigo. Una notte con una cara amica. La canzone &#8220;zero&#8221; non ci ha fatto da cornice, è stata qualcosa di più. Noi eravamo dentro quella canzone, siamo parte di quella musica. L&#8217;abbiamo vissuta sedute ad un tavolo di un qualsiasi autogrill, ad uno stop mancato alle 4 di notte, dentro i suoi occhi, dietro un tendone pronte ad assistere ad uno spettacolo inatteso e non voluto. Sono le 7.30 a.m. apro gli occhi e non posso non  ridere leggendo il cartello autostradale “Cantù 8 km”.</p>
<p>Le Due del mattino per strada con due quadri e due rose.<br />
Seduta al tavolo di un autogrill tutto gira confusamente come le lancette di una giornata appena trascorsa che non si sono mai fermate. “Sono 24 ore che non dormo”. ”Eh, una redbull fa miracoli. Due redbull.” Pensavano le Due del mattino sedute al solito tavolo di un qualsiasi autogrill.</p>
<p>“Percorsi esistenziali monza-milano e se prendi il concorde arrivi prima di partire soddisfatto d&#8217;esserti anticipato”, così diceva una canzone. Le Due del mattino non capivano ma nel momento in cui avevano accettato di partire erano diventate parte di quella canzone.<br />
Un pieno semaforo rosso, uno stop mancato. Erano solo le 4.30 a.m. e le Due dovevano entrare in una dimensione parallela dove l’assurdo avrebbe fatto da padrona. Tanti libri, tanti giocattoli, nomi scritti su un taccuino. Frammenti di specchi incorniciati riflettono una luce artificiale perennemente accesa come quelle finestre danneggiate, non hanno mai respirato luce naturale.  Ed ecco spuntare il bianco coniglio e  il leprotto bisestile: benvenuti nel teatro dell’assurdo!<br />
Qui il tempo sembra essersi congelato: troppe cose da scoprire, troppo da ascoltare, da imparare, troppo da non dimenticare. Poi un ombra fa si che la favola si trasformi in film Horror. Armati di coltello, forbici, un bastone da prestigiatore e una testa di gnù cerchiamo l’intruso.<br />
“Dobbiamo proteggerci.” Prendo coscienza che siamo parte del teatro dell’assurdo dove solo l’impossibile è possibile. Inizia il delirio, la parte finale della follia. Quella più cruda, quella più amara.<br />
Non ero io. Io non volevo pugnalarti.</p>
<p>Due note di tristezza accompagnano la nostra uscita fuori da quel mondo, dietro un tendone nero. Le Due del mattino alle 8.30 a.m. non parlano perchè tutto è stato detto e nulla è stato svelato. Questa mattina quando il mondo si sveglia e si attiva pensi che forse anche questa notte qualcuno non andrà mai dormire. Non si addormenterà mai.</p>
<p>Guardo alla mia sinistra e vedo le Due del mattino che dorme, Sofia è nel mio letto. Ha dormito ai miei piedi tutta la notte, come le notti precedenti. Nulla, è stato per fortuna  solo un brutto incubo, una favola finita male. Mi volto e continuo a dormire ma qualcosa attrae i miei piccoli occhi: cosa ci fanno sul comodino un quadro e quella rosa rossa?</p>
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		<title>Traccia 18: Mr. Writer, by Stereophonics</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jul 2011 08:05:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ottobretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Stereophonics]]></category>
		<category><![CDATA[Tracce di Vita]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/07/mrWriter-150x150.jpg" alt="" title="Stereophonics - Mr. Writer" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1648" />Luci blu, urla e chitarre.Trovarsi tra tanti sconosciuti, una folla esuberante che salta, grida, si scatena. Musica che si libra nell&#8217;aria, lasciarsi trasportare da quella voce così coinvolgente, ogni singola nota ti entra nell&#8217;anima ,infondendo un profondo senso di beatitudine.<br />
Gli Stereophonics lasciano il segno; sono una di quelle band che scopri per caso e alla fine ti ritrovi ad ascoltare per ore, giorni e giorni, fino a che non diventano parte della tua esistenza.<br />
Era l&#8217;11/09/2010, giorno in cui mi ritrovai a pochi metri da Kelly Jones &#038; Co. Togliendo il fatto che Kelly rappresenta per me l&#8217; uomo ideale(è bello sognare), trovo che sia un&#8217;artista con un talento incredibile. La sua voce potente, energica, vitale ha segnato la colonna sonora della mia monotona e insignificante adolescenza.&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/07/mrWriter-150x150.jpg" alt="" title="Stereophonics - Mr. Writer" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1648" />Luci blu, urla e chitarre.Trovarsi tra tanti sconosciuti, una folla esuberante che salta, grida, si scatena. Musica che si libra nell&#8217;aria, lasciarsi trasportare da quella voce così coinvolgente, ogni singola nota ti entra nell&#8217;anima ,infondendo un profondo senso di beatitudine.<br />
Gli Stereophonics lasciano il segno; sono una di quelle band che scopri per caso e alla fine ti ritrovi ad ascoltare per ore, giorni e giorni, fino a che non diventano parte della tua esistenza.<br />
Era l&#8217;11/09/2010, giorno in cui mi ritrovai a pochi metri da Kelly Jones &#038; Co. Togliendo il fatto che Kelly rappresenta per me l&#8217; uomo ideale(è bello sognare), trovo che sia un&#8217;artista con un talento incredibile. La sua voce potente, energica, vitale ha segnato la colonna sonora della mia monotona e insignificante adolescenza. Ogni canzone rappresenta un momento, un pensiero, un viaggio. La sua musica mi ha accompagnata in qualsiasi tipo di situazione. La mattina in autobus, all&#8217;uscita di scuola, nelle pause studio, durante le interminabili passeggiate in solitudine. Sono stati in mia compagnia anche quando per la prima volta incrociai lo sguardo di Gabriele.<br />
In quel periodo, circa un anno fa, ero particolarmente &#8220;bloccata&#8221; con Mr Writer.<br />
Mr writer, è assolutamente indescrivibile: potenza, rabbia, brividi. Sotto le sue note persi completamente la testa per quello che sarebbe poi divenuto il mio chiodo fisso. Lei era lì ogni volta che volevo chiudermi nel guscio, ogni volta che cercavo conforto e la forza per affrontare quel ragazzo misterioso e solitario. Quando l&#8217;ascolto non posso non pensare a lui, a tutto quello che ho cercato di fare per cercare di allacciare un rapporto amichevole, alle sperenze, alle lacrime versate per le illusioni create. Una canzone ricca di sentimenti e ricordi: quella mattina in cui i suoi occhi azzurri mi attraversarono l&#8217;animo. L&#8217;inizio di qualcosa di sconvolgente, un solo sguardo e la mia vita non è più stata quella di prima. Un vortice di emozioni, battiti, farfalle nello stomaco, gambe che tremano. Mr writer è stata la testimone di tutte le domande, i viaggi mentali, gli sfoghi con le amiche, i pomeriggi passati a pensarlo invece di studiare.<br />
La sua melodia riecheggiava nella testa anche quando, in quegli stessi giorni, mi ritrovai in una camera del pronto soccorso, insieme ad un&#8217;anziana signora il cui unico desiderio era quello di raggiungere le porte del Signore per poter rivedere suo marito. Un attacco epilettico mi fece vedere l&#8217;ospedale attraverso gli occhi di un paziente, impotente davanti al male, al destino, alla vita. La paura cercava un sollievo in quelle note così dolci, potenti, quella voce così familiare che si riproduceva nella mia mente.Gli Stereophonics mi trasmettevano tutta la forza per scacciare momentaneamente le preoccupazioni, per non piangere, per regalare un sorriso a mia mamma. Quello stesso sorriso che mi accompagnò per tutto il tragitto Perugia-Londra, due settimane più tardi.<br />
Trovarsi sospesi nel cielo, essere sopra le nuvole, attraversare la Manica, Signor Scrittore. Londra, la mia città. Il posto più bello che abbia mai visto. L&#8217;intera gita fu segnata da un ipod e dalla playlist più ascoltata in assoluto. Girare le strade londinesi, vedere la città che hai sempre sognato insieme alla loro discografia. Sognare di trovarsi all&#8217;arena di Wembley, quella sera di marzo, tra mille persone, lasciarsi completamente trasportare: un sogno che divenne realtà mesi dopo.<br />
Quel concerto all&#8217;Alcatraz, uno dei più belli. Tutte le canzoni cantate, assaporate. Risate, gioia, spinte, sudore, flash. Superman, Local boy in the photograph, Maybe tomorrow, Live&#8217;n'love e lei. La mia canzone, quella che c&#8217;è stata e ci sarà, quella che ha rappresentato una parte di me, dei miei giorni, quella che racchiude emozioni e ricordi, paure e desideri.<br />
Un colpo al cuore, fermarsi ad ascoltarla tra le grida, chiudere gli occhi e riportare alla mente ogni singolo dettaglio di quel periodo, la prima e unica uscita con Gabriele, il finale che non mi aspettavo, passeggiare per Hyde Park assaporando lo smog inglese, gli elettrodi in testa.<br />
&#8220;You.Me.Us.Free&#8230;we&#8217;re alright, alright&#8221;<br />
<a href="http://clk.tradedoubler.com/click?p=24373&#038;a=1947527&#038;url=http%3A%2F%2Fitunes.apple.com%2Fit%2Falbum%2Fmr.-writer%2Fid280322181%3Fi%3D280322193%26uo%3D4%26partnerId%3D2003" target="itunes_store"><img src="http://ax.phobos.apple.com.edgesuite.net/it_it/images/web/linkmaker/badge_itunes-lrg.gif" alt="Mr. Writer - Just Enough Education to Perform" style="border: 0;"/></a></p>
<div class="clear"></div>
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		<title>Traccia 17: Every you every me, by Placebo</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 08:51:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmen Liuzzo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Placebo]]></category>
		<category><![CDATA[Tracce di Vita]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/07/everyyoueverymecover-150x150.jpg" alt="" title="Placebo - Every you and every me" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1635" />“Incidi il tuo nome sul mio braccio” un’implorazione, una speranza, un rimpianto, il verso che mi ha fatto innamorare della canzone che ha segnato in maniera indelebile la mia esistenza. “Every you every me” , meglio nota come “Every me and every you”, è una delle tracce più conosciute dei Placebo, colonna sonora del film Cruel intentions, genere alternative rock e contenuta nell’album “Without you I’m nothing”, che già con un titolo del genere e la sua copertina, non può che farti soffermare all’ascolto. In verità devo ammettere che quello non è stato il mio primo incontro con la band, che è invece avvenuto più di undici anni fa una mattina d’estate, quando svegliandomi come di consueto accendevo la televisione per guardare programmi di genere musicale sull’appena nata e ancora&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.indiescutibile.it/wp-content/uploads/2011/07/everyyoueverymecover-150x150.jpg" alt="" title="Placebo - Every you and every me" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1635" />“Incidi il tuo nome sul mio braccio” un’implorazione, una speranza, un rimpianto, il verso che mi ha fatto innamorare della canzone che ha segnato in maniera indelebile la mia esistenza. “Every you every me” , meglio nota come “Every me and every you”, è una delle tracce più conosciute dei Placebo, colonna sonora del film Cruel intentions, genere alternative rock e contenuta nell’album “Without you I’m nothing”, che già con un titolo del genere e la sua copertina, non può che farti soffermare all’ascolto. In verità devo ammettere che quello non è stato il mio primo incontro con la band, che è invece avvenuto più di undici anni fa una mattina d’estate, quando svegliandomi come di consueto accendevo la televisione per guardare programmi di genere musicale sull’appena nata e ancora godibile MTV. Quel giorno è apparso sullo schermo un ragazzo, a mio parere bellissimo, dai tratti decisamente femminili e delicati, con i capelli lunghi, vestito completamente di nero e con lo smalto sulle unghie delle mani e dei piedi, che stava salendo su un cornicione con evidenti intenzioni suicide, mentre un poliziotto cercava di raggiungerlo attraverso una lunga corsa per poterlo salvare e tutta la gente se ne stava per strada con il naso all’insù, incuriosita e terrorizzata, ad aspettare la sua prossima mossa. Io ero rapita dagli eventi, dai suoi occhi che mi sembravano persi e disperati non solo per finzione scenica e dalla sua voce che oggi definirei inconfondibile, ma che già allora mi aveva destabilizzata. Soprattutto ero rimasta colpita dal suo salto nel vuoto, come se fosse una liberazione da catene invisibili, sulle parole “we will never sever”, ma l’ho realizzato nel momento stesso in cui si era arrestato a metà altezza, da dove aveva iniziato a camminare sul muro. Ricordo di aver aspettato trepidante la fine del video per scoprire di chi fosse, ma quella canzone e quel volto rimasero senza nome per diverso tempo e non so bene per quale motivo io non me ne sia più interessata, sebbene abbia continuato a serbare quella preziosa scoperta musicale in qualche remoto angolo della mia mente. Forse ero ancora troppo piccola e non matura musicalmente, non avevo internet o semplicemente non era il momento giusto.<br />
Col trascorrere del tempo i miei gusti si sono raffinati, grazie anche a influenze musicali da parte di chi mi stava vicino, così avevo deciso di dare una possibilità a questo gruppo, i Placebo, di cui la mia amica e vicina di banco alle superiori, Chiara, mi parlava ripetutamente.  Inizialmente era solo una promessa che mi ero fatta procurandomi qualche cd, ma rimandando il momento dell’ascolto,  fin quando un giorno sono inciampata per caso in “Every you every me”, che mi ha folgorata istantaneamente, a un primo ascolto per la musica e successivamente grazie alle parole, che uscendo dalle casse penetravano nelle mie viscere facendo riesplodere il ricordo sopito. ”Every you every me”, la canzone dell’amore facile, di un essere insoddisfatto, vuoto, fragile e per questo egoista, che non investe nei sentimenti perché non sa se sia in grado di amare; sceglie relazioni frivole e fugaci, le uniche di cui può abusare per avere sempre qualcuno da lasciarsi poi alle spalle, ma allo stesso tempo la sua è un’implorazione affinché quel qualcuno lasci il segno, così potrà mettersi finalmente in gioco. Un monito e allo stesso tempo un appiglio a cui aggrapparsi nell’ostinata ricerca di un equilibrio, in breve è diventata la mia dose giornaliera. Ma soprattutto è stata la canzone che ha portato i Placebo nella mia esistenza, da cui non sono più usciti, neanche quando ascoltarli era diventata una percentuale di dolore prossima alla totalità. Loro ci sono stati nelle strade che ho percorso, negli errori che ho commesso, nei traguardi che ho raggiunto, quando urlavo attraverso Brian la mia rabbia adolescenziale, nelle lacrime per una promessa infranta, scappando da un passato che corre sempre più forte, nei rientri al mattino dopo notti trascorse fuori casa; ma soprattutto, nei momenti in cui restavo sola con me stessa, l’unico rimedio che riuscisse a farmi stare bene era la sua voce.</p>
<p>Voglio chiudere con un ultimo ricordo. Quando hai l’occasione di partecipare a una singing session, dopo aver trascorso una notte per strada per ottenerne l’agognato accesso, passi tutto il tempo precedente l’incontro pensando a cosa dire a una persona che ha stravolto la tua vita. Troppo da comunicare in pochi secondi a disposizione, così decidi di scrivergli una lettera, evitando anche inconvenienti come l’improvvisa salivazione azzerata e la scarsa padronanza dei vocaboli della lingua inglese in situazioni del genere, rischiando peraltro di riassumere il tutto con un “hi” e poi il silenzio. Questa opportunità io l’ho avuta il 30 Novembre 2009: di fronte a loro tre ho potuto porgere il mio regalo a Brian con all’interno quella lettera, mentre loro mi firmavano il libretto di “Sleeping with ghosts”. Ora, sorvolando su gran parte del suo contenuto, frutto del flusso caotico dei miei pensieri, mi sono resa conto che solo uno era il concetto realmente rilevante che intendevo comunicargli, una singola parola: grazie. Anzi grazie per “Every you and every me” e per tutto quello che ho avuto con lei, perché ogni concerto è un’emozione nuova ma allo stesso tempo, dopo tutti questi anni, non è cambiato niente dal giorno in cui l’ho sentita per la prima volta.<br />
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<div class="clear"></div>
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