Artista: Death Cab for Cutie
Titolo: Codes and Keys
Anno: 2011
Genere: alternative rock
Lente d’ingrandimento: Siamo al traguardo del settimo album per i Death Cab for Cutie, gruppo ormai diventato piuttosto costante ed affidabile almeno a livello compositivo, visto che i recenti trascorsi alcolici del leader Ben Gibbard non sembrano dare ulteriori garanzie.
Dopo il celebre Transatlanticism del 2003, i Death Cab hanno sempre viaggiato su buoni livelli. Anche il penultimo lavoro, Narrow Stairs del 2008, album che tra l’altro ho ascoltato parecchio, ha sicuramente confermato la loro bravura. Più recentemente hanno anche trovato il tempo di consolidare la loro fama in seguito all’uscita del brano “Meet Me on the Equinox”, scritto per la saga di Twilight.
Perfettamente a loro agio sul divano del proprio sound, i Death Cab si trovano tuttavia in quella strana situazione, comune a fin troppi gruppi musicali, in cui è difficile sbagliare un album tanto quanto è improbabile sfornare un capolavoro.
Per dare uno scossone al nuovo progetto, dunque, i Death Cab accantonano lo storico produttore Chris Walla e chiamano in causa Alan Moulder, già incontrato recentemente a proposito dei “The Pains of Being Pure at Heart”, figura di punta della scena alternative-rock anglosassone, scelto oltre che per l’esperienza anche per portare una ventata di freschezza al nuovo lavoro. Citando direttamente il leader Gibbard, in effetti l’album Codes and Keys risulta “molto meno chitarrocentrico” di quanto non abbiano mai fatto prima e, aggiungerei, maggiormente lo-fi e elettronico, in perfetta linea con le più recenti tendenze dell’indie-rock.
Dopo una serie di ascolti posso ammettere in modo quasi oggettivo che, come accade spesso in questi casi, il sound generale nonostante le buone intenzioni non ha subìto grosse svolte. L’idea di smorzare i toni non mi pare abbia giovato particolarmente al gruppo. Con l’eccezione della orecchiabile Codes and Keys, bisogna arrivare al quarto brano per scoprire l’acqua calda, ovvero che il gruppo dà ancora il suo meglio in pezzi di vecchio stampo, quali ad esempio Doors Unlocked and Open e You Are a Tourist, dove la chitarra riappare ancora tonica e caratterizzante. Da metà album in poi inizia ad arrivare invece un po’ di noia, di quella noia che mi giro un attimo a fare qualcosa e l’attimo dopo l’album è finito senza lasciar traccia. E allora riavvolgo il nastro (per così dire) e riascolto ancora la seconda metà, salvando la simpatica e breve Portable Television e la un po’ diversa dal solito St.Peter’s Cathedral.
Nel complesso il disco passa abbastanza inosservato, o sarebbe meglio dire inascoltato. Piacevole e di qualità, sì, ma senza neanche un vero colpo di classe, che invece mi aspettavo da un gruppo di questo calibro. I Death Cab si limitano al compitino, non forzano i tempi, non osano nulla, cercano di portare a casa lo 0 a 0 perché tanto sono comunque qualificati per miglior differenza reti.
Ma il pubblico, che ha pagato il biglietto e che dalla sua squadra vuole ben altro, fischia.
Brani migliori: Codes and Keys, Doors Unlocked and open, You Are a Tourist.
Tracklist:
01. Home Is a Fire
02. Codes and Keys
03. Some Boys
04. Doors Unlocked and Open
05. You Are a Tourist
06. Unobstructed Views
07. Monday Morning
08. Portable Television
09. Underneath the Sycamore
10. St. Peter’s Cathedral
11. Stay Young, Go Dancing



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