Artista: Arctic Monkeys
Titolo: Suck it and see
Anno: 2011
Genere: indie-rock, pop-rock
Lente d’ingrandimento: “I wanna rock and roll, I wanna rock and roll, I wanna rock and roll”. Gli anni zero sono finiti e, se non ve ne siete ancora accorti, è il caso che nel vostro impianto di casa, quello bello, iniziate a far girare “Suck it and see”, quarta fatica della band capitanata da Alex Turner.
Chi siano gli Arctic Monkeys è davvero superfluo ricordarvelo; il numero di fan che riesce a muovere la band di Shettfield e, soprattutto, i numeri che riesce a fare come venduto e come premi parlano da soli.
Quello che abbiamo davanti non ho timore a definirlo un album generazionale, non solo perchè gli anni con l’uno in fondo hanno una certa predisposizione a essere anni d’oro della musica, ma quanto per il fatto che gli Arctic Monkeys sono stati una delle band culto di tutto il movimento musicale che ha segnato il decennio passato. E ci ritroviamo ora ad una svolta che, pur mantenendo la linea già tracciata dal precedente Humbug, proprio per la coerenza, segna un passaggio decisivo.
Si fa davvero fatica a riconoscere i ragazzini di “The view of the afternoon” in questo lavoro e non solo perchè i suoni e le canzoni sono decisamente cambiati ma anche perchè l’età dei protagonisti sembra non andare di pari passo con la loro maturità come musicisti. “Suck it and see” è un album maturo più di quanto già non fosse il precedente, sia nei suoni che nei testi. Alex Turner non ha mai deluso le aspettative come songwriter ma in questo episodio tocca forse gli apici regalandoci delle vere perle.
L’album si apre con She’s Thunderstorms, passano 32 secondi di arpeggio di chitarra con l’ingresso successivo della voce di Turner e ci si ritrova già dentro al mondo di Suck it and see. Da questo punto in poi non ce ne discosteremo più molto.
La voce è sempre alla ricerca della melodia perfetta. Le chitarre mantengono suoni a cavallo tra Humbug e Favorite worst nightmare. I gemelli del ritmo sorreggono prepotentemente la struttura pur senza calcare quasi mai la mano in ritmiche serrate, veloci o particolarmente complicate. Fanno il loro e lo fanno benissimo, perchè le batterie non sono mai banali e il basso è sempre al posto giusto senza sgarrare mai un colpo, mai una nota. Il brano è una ballata con echi leggermente nostalgici.
Black treacle di poco si distacca, anche se ha un andamento più spigliato. Sembra sempre di stare all’interno del ballo della scuola del giardino delle vergini suicide. L’atmosfera è quella.
Brick by brick è un pezzo di rottura, primo singolo estratto che, ammetto, non mi ha fatto sobbalzare sulla sedia, come era invece sempre accaduto per i singoli di debutto degli album precedenti. Questo, come anche Don’t sit down cause I’ve moved your chair, secondo singolo estratto, rimangono distanti dall’intera opera. Grazie a chitarre “pensanti” e riff da colonna sonora, Don’t sit down… sembra lanciare un messaggio importante: fate quello che volete, le stranezze più impensate, ma non fidatevi di noi perchè, quando credete di averci capito, noi cambiamo le carte in tavola. Vi ricordate il titolo del loro primo disco per caso? Bene.
The Hellcat Spangled Shalalala, costruita su una base ritmica potente, ricama spazi per la chitarra prima e per la voce nel finale, in cui viene inserita una melodia che è impossibile da non adorare.
Library Pictures rimane forse l’unico pezzo più marcatamente “vecchi Arctic Monkeys”; un po’ “Pretty visitors”, se vogliamo. Un pezzo dove, se ce ne fosse bisogno, Matt Helders dimostra tutta la sua abilità non solo come strumentista ma anche come compositore di partiture mai banali. All My Own Stunts è, a mio parere, il pezzo più bello del disco e il più maturo della band: chitarre che sembrano arrivare da un film Western, un testo profondo e un ritornello poco melodioso ma che è impossibile non cantare. Una perla!
Di nuovo il basso protagonista in “Reckless Serenade” e di nuovo quelle atmosfere da ballo liceale d’altri tempi. Di nuovo la voce di Turner che inventa. Il brano successivo, Piledriver waltz, era stato già inserito nell’Ep solista del leader della band, realizzato come colonna sonora del film “Submarine”. Questa è la versione risuonata dell’intera band. Il ritornello sembra uscire dal mio cofanetto del Magical Mistery Tour. Andate a leggere il testo e rimanete pure a bocca aperta. La tripletta Love is a laserquest, Suck it and see e That’s where you’re wrong chiude il disco con atmosfere dilatate e romantiche. Azzardo una citazione agli ultimi Coldplay nel pezzo di chiusura.
In sostanza l’opera è più che convincente, rimane impressa nelle orecchie e nel cuore. Sono 12 pezzi che si fanno ascoltare in loop senza stancare. Sono 12 tracce una più bella dell’altra, colorate di sfumature pop ma dense di qualità in ogni dettaglio. Probabilmente a qualche nostalgico questo album potrà apparire indigesto, io mi cullo nel piacere di avere tra le mani un’opera che saprò apprezzare per anni, di una delle pochissime band che ha saputo cambiare tantissimo (e in poco tempo), continuando a mantenere standard di qualità altissimi. A voi quante ne vengono in mente?
Brani migliori: All my own strunts, The hellcat spangled shalala, She’s thunderstorms
Brani peggiori: Brick by brick
Voto: 9,5
Tracklist:
1. She’s Thunderstorms
2. Black Treacle
3. Brick by Brick
4. The Hellcat Spangled Shalalala
5. Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair
6. Library Pictures
7. All My Own Stunts
8. Reckless Serenade
9. Piledriver Waltz
10. Love is a Laserquest
11. Suck It and See
12. That’s Where You’re Wrong



Non sono d’accordissimo e “album generazionale” mi pare francamente esagerato. Il disco sinceramente non mi fa impazzire e, dopo un po’ di ascolti, diciamo almeno una decina, mi ha colpito meno di quanto non lo fece, a parità di ripetizioni, Humbug. Molti spunti buoni ci sono per carità, ma al lavoro nel suo complesso manca più di qualcosina, almeno per poter pensare di chiamarlo capolavoro. Il 9,5 mi sembra esagerato, anche se comunque consensi ne ha ottenuti parecchi, cosi come altri voti molto alti tipo 4/5 da Q, dal Guardian e da Sputnik e 9 da NME. Io diciamo che sono più in sintonia con il 7,5 di Pitchfork questa volta. Concordo comunque nell’inserire “The hellcat spangled shalala” nella lista dei brani migliori, mentre “Brick by Brick” devo dire che, risentita bene, alla fine non mi dispiace affatto. Non è un miracolo compositivo per carità, ma la costruzione mi piace, con quelle pause e quei cambi di ritmo. Piledriver Waltz resta un gran pezzo anche “vestita” con tutti gli strumenti, anche se il fatto di averla già sentita (all’infinito) in Submarine finisce forse con il farla apprezzare meno del dovuto. Comunque riascolterò ancora con attenzione il disco, vediamo se migliora il parere.
Magari non proprio 9,5 , ma un buon 9 o un 8,5 di sicuro. E non lo dico da fan degli AM, dato che ai tempi di Humbug li ho pure criticati. Questo album è davvero qualcosa di unico e di riascoltabile all’infinito.
Ciao, scusa la domanda, ma sei lo stesso Matteo Bordone che ha firmato, qualche giorno prima, questa recensione (http://www.rollingstonemagazine.it/musica/recensioni/suck-it-and-see/39458) su RollingStone? Perchè in quel caso non capisco come hai potuto dargli 2/5 di la e, dopo pochi giorni, dire di qua che era da 9/10. Vi imporranno mica i voti al RollingStone?!
Piledriver Waltz è la canzone dell’anno…
Poche storie è un gran bel album, secondo me spiccano Black Treacle, Suck it and see e Piledriver Waltz. Al primo ascolto ero un pò titubante, forse perchè Humbug era straordinario e pensavo fosse impossibile bissare un album così. Poi ho messu su il cd da Perugia e me lo sono sentito a ripetizione fino a Vercelli, che dire, me ne sono innamorato, non annoia e ogni canzone ha una particolarità. Promuovo l’album a pieni voti.
A distanza di un anno, sempre bello!
Quando uscì “Suck it and See” devo ammettere che non lo considerai con l’interesse che si meritava; forse perchè il risvolto più psichedelico degli ultimi Arctic Monkeys mi aveva deluso al punto da farmi perdere fiducia nella band o forse perchè preferivo dedicarmi agli emergenti The Vaccines come colonna portante del 2011. In ogni caso, ho messo mano all’album per puro errore più di un anno dopo ed è stato amore folle. Sarà perchè in fondo sono un nostalgico senza speranza e queste nuove sonorità sembrano proprio strizzare l’occhio a chi, come me, vorrebbe un ritorno alle origini del rock’n'roll nudo e crudo ( intendo quello basato sul classico giro di Do e qualche variazione sporadica ). Ed è per questo che sono assolutamente d’accordo con la tua recensione. ” Suck it and see ” forse non sarà un album generazionale, ma spero faccia virare indie-rock verso la direzione del passato-nel-futuro.