Dischi

Recensione: Radiohead – The king of limbs

Artista: Radiohead
Titolo: The king of limbs
Anno: 2011
Genere: Electronic

Lente d’ingrandimento: Ammetto che parlare di un disco dei Radiohead mi metta piuttosto in imbarazzo. Il motivo è duplice: prima di tutto perchè si parla di una delle mie band preferite di sempre, nella mia personalissima classifica secondi forse solo ai Beatles; la seconda motivazione, conseguente alla prima, è che ascoltare una loro opera fresca fresca mi da quell’impressione di stare vivendo la storia e la storia, si sa, non si riesce a giudicarla se non con un po’ di distacco. Quello che mi accade ascoltando questo nuovo prodotto è un po’ quello che mi è successo ascoltando In Rainbows, ovvero la sensazione di avere a che fare con un disco che non puoi permetterti di paragonare ai precedenti, nel senso che non puoi trovarne uno più o meno riuscito. E’ un continuo fluire di musica che i Radiohead ci offrono ormai da più di vent’anni, continuando a cambiare genere e stili ma lasciando praticamente invariata la qualità. Con questo non voglio dire che il nuovo King of limbs sia paragonabile ad un Ok Computer. Dico solo che non ne vale la pena di fare una classifica dei loro dischi, ascoltiamoli e godiamoceli. Sarà la storia a decidere quale è stato il più bello che, io personalmente, spero debba ancora arrivare.

Detto questo analizziamo più da vicino il nuovo prodotto spuntato sul mercato quasi a sorpresa. Poche voci, poca attesa ed eccolo qua un nuovo disco dei Radiohead. Torni a casa un giorno e trovi la bacheca di Facebook invasa dal nuovo singolo, Lotus Flower. Si capisce che qualcosa è cambiato: se con In rainbows si era strizzato di nuovo l’occhio al pop, se vogliamo con pezzi anche molto schitarrati come Jigsaw falling into place (per me un capolavoro), in questo lavoro si fa un tuffo nel passato e i suoni sembrano quelli di Amnesiac. Le chitarre sono davvero pochine in tutto il disco e quasi assenti nel singolo, che però è davvero riuscito. Mantenuto in piedi da una linea ritmica di livello, si contorna con organi e suoni vari di atmosfera che non fanno altro che riempire quello che la voce costruisce. Il video, neanche a dirlo, è un virus che in pochi giorni infetta tutta la rete, con uno scatenato Yorke in versione ballerino.

Bloom apre le danze del disco e l’effetto che si ha è quello di essere tornati indietro ai suoni degli album di inizio decennio scorso. Un suono quasi trip-hop soprattutto nella batteria sintetica che accenna una marcetta. E’ un ottimo esordio che lascia spazio ad aperture improvvise di fiati e archi. Da mozzare il fiato. Ricorda Bjork.
La successiva Morning Mr Magpie offre posto alle chitarre che però non si aprono in chissà quali spazi; rimangono chiuse e intrappolate in una ritmica serrata alla 15steps ma più claustrofobica. Little by little è uno dei pezzi più riusciti. Su una linea di basso di nuovo protagonista, è la voce di Thom Yorke a tenere su il pezzo. Davvero ipnotico lo stacco a metà brano con la sola voce e le percussioni a reggere un ritmo che incalza ed incanta. Poi Feral e siamo di nuovo a fare i conti con una batteria sintetica che scandisce un ritmo incalzante, quasi jungle. Pochi suoni, una canzone che si svuota e si riempie di continuo.
Dopo il singolo, del quale abbiamo già parlato, arriva Codex. La gemma. L’intera opera non si può dire che sia di facile ascolto. Ci vorrà tempo per apprezzarla e io stesso, che ormai sarò al cinquantesimo ascolto, non ho ancora colto bene tutto. Codex invece spicca già dal primo di ascolto. E’ brutto dirlo ma è quello che ti aspetti dai Radiohead: un brano malinconico e meraviglioso. Un pianoforte che regge l’intero pezzo sul quale la voce ricama sentimenti più che note. Sul finale del pezzo una breve apertura armonica lascia poi spazio al medesimo giro di piano che sorregge tutto il pezzo per la sua durata. Una canzone da mettere immediatamente nel best of della band.
Give up the Ghost lascia di nuovo spazio alla chitarra. Un’acustica della quali non si butta niente. E’ infatti il corpo della stessa che, battuto con la mano, da il ritmo al pezzo nel quale sono le diverse voci a costruire tutto l’impianto.
Separator chiude un disco brevissimo. 8 pezzi e poco più di mezz’ora. E’ il pezzo più vicino ai brani del precedente disco con una sezione ritmica predominante ma non incalzante, poche chitarre essenziali e una melodia vocale che nel finale va a mischiarsi ai suoni che creano un aprirsi rarefatto.

Le voci che girano sono quelle di un lavoro incompleto, che quello che stiamo ascoltando in realtà sia solo la parte uno di due o di tre addirittura. E’ un disco difficile perchè molto essenziale, molto scarno, costruito su impoverimenti di strumenti e poi su improvvise riaperture. Ci sono alcuni pezzi che catturano dal primo ascolto e altri che verranno fuori nel tempo. Noi aspettiamo fiduciosi sempre altro materiale dalla band di Thom Yorke, perchè fino ad adesso non ci ha mai delusi.

Brani migliori: Codex, Lotus Flower, Little by little

Voto: 8,5

Tracklist:
01 – Bloom
02 – Morning Mr Magpie
03 – Little By Little
04 – Feral
05 – Lotus Flower
06 – Codex
07 – Give Up The Ghost
08 – Separator

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Giudizio dei lettori sul disco: 7.3/10 (su 4 voti espressi)
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Valutazione articolo: +2 (su 2 voti)
Recensione: Radiohead - The king of limbs, 7.3 out of 10 based on 4 ratings

Un commento per “Recensione: Radiohead – The king of limbs”

  1. Il disco forse non è il migliore ma all’ottava fatica riuscire a dare ancora grandi spunt e emozioni come accade in Bloom e Codex e la dmostrazione che la band di riferimento del rock e del pop sono ancora loro

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    Pubblicato da senzaverso | maggio 6, 2011, 10:55

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