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Recensione: Tokyo Police Club – Champ

Artista: Tokyo Police Club
Titolo: Champ
Anno: 2010
Genere: indie-pop

Lente d’ingrandimento: Quando dici Tokyo Police Club dici successo. Secondo capitolo per la band canadese, che torna sulla scena con l’album Champ, e seconda bomba indie pop scagliata sul popolo indiependente che ama l’inghilterra e forse non si sta accorgendo che il Canada sforna talenti impareggiabili.
Secondo capitolo dunque, terzo se contiamo il clamoroso EP di debutto A Lesson in Crime, che nuovamente rivela la bravura del quartetto, sia per la parte strumentale, che per le liriche: ritmi mediamente sostenuti uniti alle classiche tastiere di sottofondo e all’inconfondibile basso di Monks; il tutto shakerato assieme a testi che trattano di risse, amori lontani e consapevolezza di, fortunatamente, essere ancora giovani e vogliosi di vivere.
Ascoltarli è un piacere, come è un piacere (ri)scoprire che chi, ormai quattro anni fa, li definì i “nuovi Strokes”, si sbagliava alla grande. Un piacere perché non sono la copia più moderna del gruppo per eccellenza che aprì la stagione indie (potevano sembrarlo nelle prime due canzoni dell’EP di debutto), perché nelle loro melodie non c’è la sensazione di infarto che investiva il primo album della band newyorkese, ma solo spensieratezza, come se anche le cose più difficili della vita possano essere prese in un modo un po’ più leggero.

Ciak si gira e Favorite Food, brano con un intro piuttosto lungo con sole tastiere e voce che si movimenta da metà, segue le melodie  per cui i TCP sono diventati famosi; Monks esclama:” But there’s another girl in another day and your fate will feel and taste the same”. Eccola qui la filosofia di cui si parlava, che viene fuori dopo soli due minuti di ascolto. Favorite Colour (sottolineerei la personalità nella scelta dei titoli) continua sulla stessa riga, e dolci ed estive melodie ci coccolano durante l’ascolto. Il pezzo migliore dell’album arriva al brano numero tre, Breakneck Speed, schematico, di poche parole significative, con chitarre molto simili per tutta la sua durata e in cui la voce fa davvero capire che buona parte delle calde melodie di questo gruppo del freddo Canada proviene proprio da qui. Wait Up continua sulla stessa riga e End of a Spark risulta essere la canzone più spensierata e forse quella che rimane più in testa. Hands Reversed fa calmare i bollenti spiriti e segna una linea di confine tra la prima e lunga parte del disco, e la seconda. In questa, si risentono le sonorità di A Lesson In Crime, le tastiere fanno più da padrone ed il disco scorre via che è un piacere. Da segnalare la stupenda Frankenstein, che chiude in bellezza un album tutt’altro che banale; questo perché i Tokyo Police Club non sono gli Strokes e non hanno nulla a che vedere con loro, non sono banali, e ciò è dimostrato dal fatto che sulle loro canzoni ci si sofferma più di un semplice attimo, perché attraggono, perché stimolano nuovamente l’ascolto, e forse, anche la felicità.
È chiaro, chi si aspettava una svolta alla Humbug, rimarrà deluso; ma i tempi sono diversi così come gli stili, e i Tokyo Police Club riescono a non cadere nella banalità pur senza cambiare genere. Pregio, a parer mio, non troppo indifferente.
Ricordo che i TCP saranno in Italia il 5 Dicembre ai Magazzini Generali di Milano, assieme a Owl City e gli Unwed Sailor

Brani migliori: Breakneck Speed, Favourite Colour, End of a Spark, Big Difference, Frankenstein
Brani peggiori: Wait Up, Gone

Voto: 8

Sito: www.tokyopoliceclub.comMyspace: www.myspace.com/tokyopoliceclub

Artisti Simili: Good Shoes, The Maccabees, Two Doors Cinema Club

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